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Adozioni in Bielorussia |
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18 dicembre 2006 Seminario di Studio: Adozione e affidamento proposte a confronto |
Commissione
Parlamentare
A nome del Coordinamento famiglie adottanti in Bielorussia, vorremmo prima di tutto ringraziare la Presidente On.le Serafini e gli Onorevoli membri della Commissione Parlamentare per l’infanzia per l’invito che ci è stato rivolto. Oggi, in occasione di questo seminario di studio, desideriamo portare
la nostra esperienza per invitare tutti gli auditori ad uno spunto di
riflessione di più ampio respiro. I progetti di risanamento in questi anni hanno permesso a circa 500.000 bambini bielorussi, russi ed ucraini, non solo di poter godere nel nostro paese di un soggiorno di risanamento fisico/sanitario, ma anche di acquisire un’apertura ed una conoscenza di una cultura, uno stile di vita e specialmente un modo di vivere gli affetti diverso da quello della loro cultura di origine. E, soprattutto di farlo all’interno di un nucleo familiare. Tutto ciò chiaramente ha coinvolto anche noi famiglie in un interscambio
culturale consentendoci di entrare, attraverso questi bambini e ragazzi,
in forte empatia con i loro paesi di origine. Dopo questa breve premessa, intendiamo esporre il nostro punto di vista sui temi dell’affido internazionale e dell’adozione internazionale. Pur concordando sul fatto che l’accoglienza di un minore istituzionalizzato presenti certamente delle problematiche diverse da quelle di un bambino con alle spalle una famiglia, riteniamo che sia proprio l’ambiente familiare, e non quello di un istituto, a dover costituire il quanto mai necessario punto di partenza di un nuovo e significativo percorso educativo. Questo sarà infatti teso ad avviare e continuare nel tempo quel
risanamento non solo fisico, ma anche psicologico per questi minori. Di conseguenza, l’istituzionalizzazione di minori in orfanotrofi, istituti, case famiglia rappresenta solo un cattivo surrogato di quello che è e dovrebbe essere l’ambiente familiare reale. La casa famiglia, l’istituto dovrebbero essere esclusivamente degli ambienti di prima accoglienza e non dei luoghi in cui il minore viene parcheggiato fino alla maggiore età, momento in cui ne uscirà, obbligatoriamente, ma con un futuro incerto e con scarse possibilità di miglioramento della propria vita. La famiglia, in quanto tale, ha quella “pozione magica”,
non surrogabile da altri soggetti, che consente la costruzione di un individuo
ben dotato di autostima e della volontà e consapevolezza di non
voler subire la vita passivamente. Le eventuali difficoltà, derivate dall’inevitabile distacco al termine del soggiorno solidaristico, sono infatti ampiamente bilanciate da quella forza infusa dalla famiglia nel superare il difficile evento e nella sicura consapevolezza che quell’addio sia in realtà un semplice “arrivederci”. Con il trascorrere degli anni anche questi problemi diventano meno importanti
sia per la crescita e la maturità acquisita dal minore sia per
il consolidamento, anche a distanza, del rapporto con la famiglia ospitante. Al momento, il risanamento all’estero è l’unica forma,
alternativa al progetto Humus di Legambiente, che garantisca un abbattimento
degli isotopi radioattivi nel sangue. Questo nostro intervento ha anche l’obiettivo di evidenziare con massima forza e chiarezza, come non tutte le accoglienze di un minore istituzionalizzato si concretizzino in un’adozione; solo infatti una frazione marginale delle famiglie accoglienti si propone per l’avvio di un iter adottivo. Anche qui la risposta la si può trovare considerando la volontà del soggetto più debole. Le adozioni che provengono dall’accoglienza, nascono infatti principalmente da una forte, sincera e consapevole richiesta del minore. Un’adozione di questo tipo non potrà, né dovrà essere assolutamente confusa con un’adozione internazionale di tipo tradizionale, basata su di un processo “asettico” ed indirizzata per lo più a bambini di una fascia di età inferiore. Riteniamo, pertanto, che l’esperienza dell’accoglienza possa essere configurabile come viatico ad un percorso di affido internazionale e/o di una forma di adozione internazionale nominativa. Tutto ciò al fine di ridurre quanto più possibile, il fenomeno
di un’estenuante attesa dei ragazzi in istituto fino al raggiungimento
della maggiore età e consentire a quei minori non “graditi”
per un’adozione internazionale, perché troppo grandi o malati,
di poter avere una famiglia affidataria o adottante. Purtroppo il caso della Romania e le strette relazioni del Consigliere Nicholson con associazioni di pseudo-beneficenza, hanno dimostrato come gli interventi in loco dovrebbero essere mirati a tutelare effettivamente il minore e non a finanziare strutture volte al soggiorno del minore in istituto fino al raggiungimento della maggiore età. Nel rispetto del principio di sussidiarietà, legalmente sancito dalla Convenzione dell’AJA, tali strutture dovrebbero preoccuparsi di individuare nel più breve tempo possibile una famiglia, per ciascun bambino, senza colore di nazionalità. Chi dei convenuti si sente di dire che è giusto abbandonare di nuovo un bambino di otto o dieci anni che vive in orfanotrofio da quattro o cinque anni, che non ha avuto alcuna possibilità di trovare una nuova famiglia nell’ambito del suo Paese e che comincia a comprendere che mai non ne troverà più alcuna? Qual è la colpa di quel bambino: aver conosciuto la sua vera unica
e purtroppo, ancora potenziale, famiglia prima di un atto ufficiale? Concludiamo, perciò, invitandovi a riflettere su questi vitali interrogativi, affinché insieme si possa trovare il prima possibile una soluzione positiva riguardo al futuro di questi ragazzi, che consideriamo come veri e propri figli a tutti gli effetti e per i quali rappresentiamo la loro famiglia di riferimento. Vi ringraziamo per l’attenzione prestata.
info@adozionibielorussia.org
Studio della Fondazione "Aiutiamoli a Vivere"
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